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Tra Pirandello e il flamenco

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Improbabile eppur riuscita unione di mondi lontani sulle assi della sala Orfeo all’Orologio, per una serata ravissante

Si entra in sala, ci si accomoda, tra il pubblico il cicalio si fa mormorio mentre le luci si abbassano; arriva in scena un ragazzo, sembra quasi che stia controllando la corretta disposizione degli oggetti sul palco, e poco dopo un chitarrista (Carlo Soi) e una cantante (Barbara Tetti) eseguono una versione scarna e sentita di Hoy di Gloria Estefan, che spoglia dell’arrangiamento originario rivela appieno la sfera (latina) di provenienza; sembrerebbe che tutto sia già cominciato, e poi di colpo i due si interrompono: si comincia davvero, apprendiamo che il suddetto ragazzo è il direttore di scena: chiama il ‘chi è di scena’.

Alla sinistra dello spettatore ci sono i musicisti, alla destra siede, all’estremità opposta, la prima attrice (Alessia Melfi).

Il capocomico (Emanuele Giorni) e il direttore di scena (Fabio Morici), più concitato l’uno, più posato e riflessivo l’altro, si muovono nel pieno della frenesia delle prove…e – come in un sogno – vengon fuori, come dal nulla (ma è ‘nulla’ la fantasia, è ‘nulla’ il non reale, il non tangibile dell’arte? ‘Nulla’ il genio dell’autore?), un uomo e due donne, ‘ciascuno con il suo tormento segreto’, a reclamare, senza però proferire parola, attenzione.

Ed ecco, il proprio tormento segreto è affidato al flamenco che danzano a turno accompagnati dal rasgueado della chitarra e dal cante jondo della voce femminile (a cui si uniscono poi violoncello, percussioni e uno strumento a fiato indiano), ed è un tripudio di passi come tamburi sul pavimento, da far andare in visibilio chi volesse star dietro a guajiras, siguiriyas, soleás, bulerías vari, che scatenano i palmas (battiti di mani) anche fra il pubblico.

Poco a poco, si colgono le affinità fra i personaggi in cerca d’autore, il cui copione è in ognuno di loro, e i danzatori di flamenco (Cinzia Sicali, Patricia Rodriguez, Manfredi Gelmetti – regista dello spettacolo) pronti ad interferire con le presunte certezze del capocomico, dell’attrice e del direttore di scena; personaggi che danno il via all’arte ‘nel momento in cui comincia l’impossibile’, pronti a far valere la propria storia al di là delle costrizioni dell’autore, con la loro realtà immutabile a fronte di una vita che scorre di continuo nel reale, ma costretta da una forma.

E luce è fatta anche sul parallelo fra il flamenco e il mondo pirandelliano: il continuo gioco con gli stereotipi e l’idea che di noi hanno gli altri (per cui spesso ci si confà a quest’ultima, e per cui il flamenco è spesso solo una chitarra, un canto primitivo e via, invece che lo sgorgare continuo di vita e variazioni che è in realtà – e chi lo conosce, musicista o danzatore, lo sa bene – fitto di mille passi ed espressioni); la profondità e la sostanza, contrapposte alla superficie e all’apparenza.

Ognuno tenta poi, a suo modo, di reagire allo stato delle cose, o di accomodare lo spettatore (in scena come nella vita). Appare quindi, pur nell’apparente lontananza fra i due mondi, del tutto adatta ed efficace la scelta di congiungerli in scena, e mostrare come via d’uscita dalla quotidianità e da ciò che è scontato, un ballo ricco di passione e di espressione del proprio dramma quale il flamenco.

Complimenti al regista e al resto della compagnia, per aver saputo unire a sè, nel ritmo che è vita, il pubblico presente. Soltanto l’arte può dare alla vita l’immortalità, e in sala se n’è avuta la dimostrazione. E venga pure, a seguire, il buio.