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L’anno scorso a Marienbad

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Marienbad è un film totalmente visionario, storico. Alain Resnais, che aveva già fatto Hiroshima mon amour, vide a Parigi una mia foto ne I sequestrati di Altona, la mise in mezzo ad altre di attori di tutto il mondo, le sparpagliò sul pavimento della sua mansarda in rue des Plantes e le mostrò a Robbe-Grillet (autore della sceneggiatura de L’anné dernière à Marienbad) e gli chiese: “Chi è X?” (cioè il misterioso protagonista del film) e lui senza esitazione indicò la mia foto.

Resnais venne a Roma. Chiese di vedere un pezzetto de L’idiota e invece se lo vide tutto, chiuso in una saletta di proiezione di via Teulada per quasi sette ore! La sera a casa mi disse: “Marienbad non si può fare senza di te!”. Non mi stupì: sapevo che avremmo lavorato insieme.

Lo sapevo da un anno, da quando avevo visto, durante la tournée teatrale di Spettri di Ibsen, Nuit e brouillard, un suo cortometraggio sui campi di sterminio nazisti. Stupendo. Stavo lì affondato nella poltrona mentre sullo schermo passava un campo di grano giallo Van Gogh e ho pensato: lavorerò con questo che ha girato il documentario. Lo dissi anche ad Anna (Proclemer) che sedeva accanto a me, e lo dissi anche ad Alain.

La sceneggiatura del film era totalmente incomprensibile, fra il genere giallo e l’esoterico da salotto, con questo mister X quasi sempre in abito da sera o in giacca di velluto che dice cabale e apoftegmi. Lì per lì pensai di rifiutare, ma Anna mi convinse che l’occasione era di prima qualità. Subito dopo le Olimpiadi andammo a Parigi, e lì si passeggiava con Alain che faceva i complimenti ad Anna per il suo francese e si parlava del film e di Ingrid Thulin come mia partner – un mese dopo, invece, Alain vide in un teatro di Broadway Delphine Seyrig e la scritturò. Fu, in effetti, un’immagine memorabile nel film, molto “garbiana”.

“Ci sono due strade per fare questo Mister X” mi disse Alain “quella di rifare Clark Gable – sportivo, ironico, fuma, un po’ macho – oppure un’entità misteriosa, un po’ Blanchar – porta bene lo smoking, non fuma, gesticola poco, appare e scompare.”. Decidemmo per la seconda soluzione per cui, completamente preso nella ragnatela di Robbe-Grillet, proposi che Mister X si muovesse pochissimo, non gesticolasse, non battesse le ciglia (e in tutto il film non c’è un battito di ciglia!). “Difficile” commentò Resnais “specialmente per un attore!”.

D’altra parte, però tutto questo solamente un attore può farlo. Che ebbrezza signori miei, direbbe Pirandello, che ebbrezza fare e non sapere né cosa né perché, essere totalmente oggetti di composizione, e cercare, qualche volta trovare, all’interno del disegno astratto, un’anima o, chissà, un senso (che attore per Antonioni sarei stato). Girammo a Monaco di Baviera fra gli specchi di Amalienburg, i saloni e i lunghi corridoi di Schlosseim, ripercorsi poi nelle false copie ricostruite in teatro a Parigi, in una mistificazione ininterrotta di coupure épistémologique («Une fois de plus, je m’avance, une fois de plus, le long de ces couloirs, à travers ces salons, ces galeries…»). E avanzavo elegantemente e distaccato senza capire perché e cercando “lei”, un fantasma… voilà!

C’era molta attesa (si dice sempre, ma quella volta c’era davvero) negli ambienti colti: il caposcuola dell’École du renard (Robbe-Grillet) portato sullo schermo da uno degli inventori della Nouvelle Vague. Ce n’era abbastanza per scaldare l’attesa. Durante le riprese si viveva in un bel clima di alienazione, pressoché totale, dal resto del mondo, occupati a dormire sotto i piumoni dell’Hotel Regina, vestirsi truccarsi camminare per giardini e parchi fra statue vere e false ricostruite quasi uguali ai modelli, inseguire Delphine, eseguire, senza però capirlo, il giochino dei fiammiferi, vincendo sempre (nel film, perché nella realtà non ci sono mai riuscito).

La mia faccia era accettabile (insomma!), ma più che altro era accattivante il mio accento francese, fra il marsigliese e il russo, che conferiva mistero al Signor X, e che io scioccamente eliminai dirigendo il doppiaggio nella versione italiana del film. L’anno scorso a Marienbad andò al Festival di Venezia e vinse il Leone d’Oro – un critico, Pietrino Bianchi, mi propose per il premio al migliore attore protagonista. Che pomeriggio quel pomeriggio, amici, sul Canal Grande. In casa di Nani Mocenigo, suocera di Franco Enriquez e mia dolcissima fan, in attesa del verdetto della giuria del Festival! Sull’ “Exprèes” comparve la mia faccia in copertina insieme a Delphine.

Il film rimase sei mesi in cartellone a New York. Tutti cominciarono a giocare il giochino dei fiammiferi. Appena entravo in un salotto mi si avvicinava regolarmente un “don Giovanni” per dirmi che di Mister X lui aveva capito tutto…! Per il cinema è fatta, dico. Marcello Mastroianni, che incontrai a Milano, mi disse: “L’amante misterioso, genere Blanchar… insisti che funziona!”. Qualche mese dopo, ad una proiezione del film per il Premio Donatello, Anna Magnani, che era seduta accanto a me, mi disse alla fine: “… nun c’ho capito un cazzo, ma è bello! E mo’? Mo’ te tocca fa’ er cinema, bello mio!”.