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La cultura del popolo rom in danza e musica

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Il popolo zingaro non è solo Rom ma ci sono almeno una decina di ceppi diversi, Sinti, Mamouches, Kalderasa, Korakhana, etc. L’origine è unica (India, è evidente nella lingua comune a tutti), sono in Europa (e in Italia) dal XIV° secolo: dalla Persia lungo il bacino del Mediterraneo in Spagna e Francia, dalla penisola Balcanica verso Ungheria, Italia, Austria e Germania.

Di fronte all’emergenza di questi ultimi giorni l’Unione Europea ha definito quello dei Roma People come una priorità di intervento, e ha definito approcci, politiche e assi di finanziamento.

E’ singolare pensare che proprio nel momento in cui l’Italia è tacciata di xenofobia, marchiata da una crescente insofferenza razzista che culmina nel “fare di tutta l’erba in fascio”, una deliziosa e brava danzatrice italiana porta avanti da anni la conoscenza della cultura rom analizzandone le componenti musicali e coreografiche. Il viaggio parte dalla città di Foggia, al centro del Tavoliere delle Puglie e incrocio di importanti vie di comunicazione, città che si presta bene come esempio teorico atto ad applicare nuove modalità di azione sul “rapporto col territorio”.

In questa terra nasce ZiganamamaDanza, progetto ideato e coordinato dalla danzatrice Natalia Bonanese, che si affianca al progetto musicale Ziganamama, dedicato alla diffusione della cultura musicale rom dell’est Europa e mediorientale. Sono questi i due aspetti di una cultura che da secoli viene tramandata attraverso la scoperta dell’oriente e del medioriente: musica e danza rom e araba. Lo studio e il lavoro attraverso questa ricerca è giunto a Roma in uno degli spazi più particolari e raffinati dei cosiddetti “Teatri off” della capitale.

Il 7 e 8 maggio al “Teatro in scatola” è andato in scena “Tre storie”, con coreografia e interpretazione di Natalia Bonanese. Lo spazio ha un passato nobile e importante appartenente alla sperimentazione artistica. Infatti dal 1958-1959 agli anni ’80 era lo studio d’arte  presso il quale artisti come Cagli, Guttuso, Mastroianni, Fazzini, Turcato, realizzavano le trascrizioni serigrafiche delle loro opere. Ed è proprio questo spazio a conferire maggiore pathos ad uno spettacolo che attraverso il movimento del corpo e il suono della musica, componenti essenziale e proprie delle tradizioni rom e arabe, restituisce il racconto di tre storie differenti, dove ritmo, forma ed estetica sono protagonisti.

La danzatrice propone tre canoni di femminilità differenti facendo trasparire dai movimenti degli stati d’animo molto ben collocabili e persino condizioni atmosferiche ben identificabili. Dalla prima storia infatti dove il calore delle luci e dei movimenti rievoca un rito di fuoco si procede in un percorso che conduce quasi ad un corpo statuario che riesce ad esprimersi solo attraverso la sua ombra (ammirevole la cura delle luci di Antonio Lepore).

Le “Tre storie” sono le tre caratteristiche della danza sul palco – come scrive Natalia nella presentazione – il ritmo della musica, la forma del corpo, l’estetica del movimenti, narrate attraverso tre performance che utilizzando la tecnica della danza orientale, hanno come filo conduttore l’essenza stessa della danza.