L’imperatore sono me

diario girogio<> dichiarava MargueriteYourcenar a proposito dell’opera narrativa che più rappresenta e lo stesso potrebbe affermare Giorgio Albertazzi, protagonista della versione scenica di <> per la regia di Maurizio Scaparo, allestimento cult che ha girato in tutto il mondo e che fino a stasera viene riproposto nella sede naturale di Villa Adriana di Tivoli.

Una ripresa sui generis priva del percorso itinerante dell’originale di undici anni fa, ma non per questo meno suggestiva nella sua ambientazione notturna di fronte al canopo e alla vasca illuminata della residenza preferita dell’imperatore. La biografia romazata che a buon diritto può essere considerata una delle opere narrative più emozionanti dell’ultimo cinquantennio possiede una convincente vocazione al monologo per la sua fluida e musicale scrittura in prima persona, favorita dalla meravigliosa traduzione italiana di Lidia Storoni Mazzolani, di cui la stessa autrice andava fiera.

Le parole delicate ed intense di una figura storica che lascia trapelare la sua indomita umanità rimangono scolpite nella memorie degli spettatori grazie alla composta e meditata recitazione di un Albertazzi che sembra toccare con questo personaggio le sue corde interiori più autentiche e sofferte. Nella semplicità di una messa in scena rigorosa ed elegante emergono le vere tensioni di un’affascinante e consapevole autodelazione.

L’imperatore ricostruisce la sua esistenza a ritroso, con cura speciale del dettaglio, rievocando come passioni giovanili la letteratura ed il teatro. In seguito arrivano gli effimeri incontri amorosi con le donne e l’interprete di oggi si identifica con una valida sovrapposizione con il personaggio della romanità.

Albertazzi offre al pubblico un’immagine inusitata, calandosi con un’adesione che supera di gran lunga l’abitudine professionale in questa sublime riflessione psicologica ed umana che non può non tramutarsi in un viatico ai posteri da parte di chi ha già attraversato le tempeste del vivere. E anche l’amore straziante per lo splendido giovinetto Antinoo, morto suicida, si inserisce in una esperienza personale più vasta e complessa che rende quest’uomo potente del II secolo troppo simile a noi per non coinvolgerci nella sua avventura di solitudine e speranza. Si comprende allora la sua volontà di essere “responsabile” della bellezza del mondo” in questo spettacolo senza tempo che contribuisce senza dubbio a rendere eterno il valore dell’arte umana e che meriterebbe di essere replicato continuamente nel luogo che il protagonista ha voluto lasciarci in eredità.