Lettera a Strehler

diario girogioCaro Giorgio,
questa è la seconda o terza lettera che ti scrivo.
Non mi hai mai risposto e temo che anche questa volta non ti vorrai smentire.

La prima te la scrissi in occasione della mia breve stagione al Piccolo con un mio spettacolo Uomo e sottosuolo (testo, regia e interpretazione) in cui debuttava o quasi una già straordinaria Elisabetta Pozzi. Non vedesti lo spettacolo (oppure come dicono fosse tuo costume lo vedesti nascosto da qualche parte attraverso un misterioso oblò). Non ti vidi e perciò ti lasciai una lettera per ringraziarti dell’invito e sollecitando un incontro.

Nessuna risposta. “non rispondeva mai alle lettere” dicono i ben informati (ma che razza di risposta è questa risposta dico io!). La seconda lettera (o per meglio dire un bigliettino) fu in occasione di un mio recital al Teatro Studio per le Voci d’Europa. Anche in quella occasione non eri in teatro (“si scusa, è dovuto partire d’urgenza” mi disse premurosa la Vinchi).

La terza è la più significativa. Venni al Piccolo insieme ad Anna Proclemer per vedere il tuo Faust. Ti cercammo subito dopo, ma eri fuggito, un po’ incazzato, pare (“sa, non siamo riusciti a trattenerlo, si scusa”, ci disse la solita Vinchi). Ti scrivevo (mi sorge ora un dubbio: e se tu non l’avessi letta la mia lettera, se non ti fosse stata recapitata, come succedeva, pare, anche a Mussolini?), ti scrivevo che la serata era stata una bella serata di “gran teatro strehleriano”: me la sono proprio goduta! Per dirla con una frase d’uso del carissimo e compianto Tony Crast. Certi momenti svobodiani, restano memorabili, ti scrivevo, come la grande bolla celestina che sale e lambisce il sole magenta, oppure il tuo inizio sdraiato ai bordi della vasca come il Principe di Homburg di Gèrard Philipe sotto l’albero (che è immagine goethiana per eccellenza). Accennavo brevemente agli altri attori del cast e concludevo dicendo che a mio parere Goethe non è un poeta (non inorridire!) mai. Bastano, che so!, un paio di versi di Sandro Penna, non dico Dante o Leopardi, per metterlo in disparte. Ma è grande antropologo e umanista nel senso lukacsiano e soprattutto una grande intelligenza europeo-carpatica con la voglia del sole. Ed è scrittore fine psicologo nelle Affinità e nel celeberrimo Viaggio.

Giorgino! (Così chiamano me che Giorgio forse non sono e così chiamano te che Giorgino forse non sei). Ti voglio bene. Ti sento. Capisco, presumo di capire, il tuo arduo cammino ardimentoso e anche crudele. Ti ho ammirato. Ci vuole un gran coraggio per Strehler fare il Giorgio attore. Alla lettura di Roma (al teatro Valle di qualche tempo fa) mi eri parso più imperioso, qui sei più testimone, m’è sembrato, del tuo lavoro di regista.

L’attore Giorgio è diretto da Strehler regista, che ha il sopravvento. E’ molto per me che penso che tutto sia “dentro” l’attore, che da lui esca o emerga o si irradi l’evocazione della scrittura e dell’immaginario di scena. Insomma, vorrei dirigerti come attore: so cosa bisognerebbe fare per farti “partorire”. Potremmo fare uno scambio e farci a vicenda e vederci, così, mentre “facciamo”.

Vorrei rifare a questa età Amleto, che sarebbe il mio terzo, così come sono. Nel vuoto: “Sognando o ripensando Amleto”. Che ne dici? Finiva così la mia lettera che non ebbe mai risposta. Cos’è che ti impedì di rispondermi o almeno di telefonarmi? Alterigia? Imbarazzo? Superbia o umiltà colpevole o cattolica ipocrisia? Non ho altro da dirti, né mi va di fare dei pettegolezzi sulle tue donne private di te e della tua ambiguità. Né mi va di ricordare la frase barbara da te pronunciata nei miei confronti, durante un’intervista televisiva rilasciata a un tal Chiambretti. Non te la ricordo. E’ troppo indegna della tua memoria. Aspetto una risposta. Se non verrà, arrivederci o forse no, addio Giorgio Strehler.