Diario

diario girogioCaro Lucignani,
mi hai chiesto, un paio di mesi fa, di scrivere qualcosa su Giorgio Albertazzi per la monografia che stai curando. Ti ho promesso che l’avrei fatto. Ci ho pensato un po’, fra un debutto di Piccole volpi e l’altro, ma finora ha sempre rimandato di affrontare seriamente il problema. Il fatto è che è molto difficile parlare di qualcuno con cui si è condiviso, per più di vent’anni, vita e professione. Non si riesce a trovare il tono giusto, quel misto di compromissione e di obbiettività che servirebbe per tracciare un ritratto veritiero e non convenzionale. Difficile evitare il panegirico o l’astratto storicismo o l’umore troppo personalistico. Insomma con la tua richiesta mi hai messo in difficoltà.

Avrei una proposta da farti: che ne diresti se provassi a spulciare, qua e là, qualcuno dei miei diari (come forse saprai sono una segreta e inguaribile grafomane)? Non sono una registratrice metodica di quello che mi accade. A volte annoto tutto con pignoleria, giorno per giorno; talvolta invece lascio passare mesi, e perfino anni, fra una pagina e l’altra. Ma poiché degli anni più importanti della mia maturità Giorgio è stato un personaggio fondamentale, può darsi che fra queste “cronache” peristaltiche io trovi un po’ di materiale per il “pezzo” che mi hai chiesto. Ci provo?

Giugno 1955 –Transatlantico Augustus-

Questo viaggio non finisce mai. E all’inizio mi sembrava così eccitante. Niente più mattine in piscina. Abbiamo passato l’equatore da un po’ di giorni (quanti?) e adesso è quasi freddo.
Evitato il “battesimo dell’equatore”, ma non il doveroso “recital” per il comandante e i passeggeri (ho esibito una generosa scollatura davanti a un paio di prelati sornioni piazzati in prima fila). Ho detto il solito Riviere con il solito complesso gassmaniano. Ricci il racconto di Aligi. La Magni un Gozzano interminabile, Mauri la lucertola dal Non si sa come, Albertazzi La pioggia nel pineto. Mi ha colpito.

Non avevo mai sentito dire versi così. Lo stesso rigore di Gassman –cesure, fiati, accenti ecc.- ma in più una libertà di canto, una capacità sorvegliatissima, di perdersi nella melodia, un gusto (fiorentino?) di spremere dalle parole tutte le possibilità di pura assonanza e dissonanza, di creare con la parola, un’aura magica. Forse è anche quella poesia che si presta. Dovrò sentirlo in altre cose per capire bene. Molto interessante, comunque. Dovrebbe sorvegliare di più il gesto. Forse non si è ancora posto il problema. Ieri sera, dopo il Bingo, fatto un gioco finito da schifo. Una sorta di “se fosse”. Dovevamo, a turno, dire a che specie canina assomigliava ciascuno dei presenti. Quasi per acclamazione a Ricci è toccato il bracco italiano. Alla Magni il pechinese; alla Toccafondi il cocker, ad Ardenzi il levriero italiano; a, me con qualche discussione, il pastore belga. Quando ho azzardato per Albertazzi il raf-terrier, è scoppiato l’inferno. Urlando, con le vene che gli uscivano dal collo, si è messo a contestare la definizione. “Un cagnetto isterico, racchio, setoloso, cacciatore di topi!” urlava. All’inizio credevo scherzasse e ho difeso la mia scelta: “È un cane intelligentissimo, coraggioso, di grande carattere…” ecc. Non l’avessi mai fatto. Si è andati per ore con lui sempre più furibondo, che mi investiva con bordate di odio. Sospetto che la cosa che lo ha offeso di più è che l’ho paragonato a un cane di taglia piccola. Che abbia il complesso della statura? Da indagare.

Febbraio 1956 –Torino-

Finite ieri le repliche qui di Ragazza di campagna. Come mi piace questa parte! Credo anche di non farla male. Giorgio che finora mi aveva sempre guardato con un leggero sospetto (Sangue verde, Gonerilla, Beatrice Cenci ecc.) mi ha detto per la prima volta cose molto lusinghiere. “Sei meno impalcata –dice- meno classica, più asciutta, non ti appoggi più tanto sulla parola, affronti il personaggio dal di dentro, sei meno, come dire, gassmaniana…” (e dagli con Gassman!).
Certo che lui in questo Bernie Dodd è straordinario. Non recita, mai. È talmente vero, che quando in scena mi dice delle cose sgradevoli io ci rimango male sul serio: sospetto che ce l’abbia con me per qualche motivo, e alla fine spio la sua faccia temendo di vederla personalmente rabbuiata nei miei confronti. La scena del bacio è un pezzo di théatre-vérité che lascia gli spettatori turbati. E anche me. La Toccafondi freme nell’ombra.

Fatto gaffe involontaria. Detto: “ma lo sai che somigli a Sinatra?” – “Questa bischerata l’ho sentita da altri” – quando si arrabbia ringhia in fiorentino “Ma che c’entro io con quel rachitico?” Decisamente o si sente un gigante incompreso, o ha il complesso di non essere alto.
Ieri sera fatto qui Il seduttore. Pubblico conquistato dalla diabolica, accattivante, magnetica capacità di Giorgio di dialogare col pubblico. Mai visto nessuno capace di dare a ciascun spettatore l’impressione di stare parlando solo per lui. Applausi e risate a non finire. Critica ottima. Stasera venendo in teatro con Lucio tutti pimpanti per il successo, lo troviamo in un palco, al buio, incazzato e depresso. “Non mi prendono sul serio – è chiaro – questo devo fare io, il buffone!” Lucio si slancia in una serie di teorie – io me ne vado in camerino. Non capisco. Che noia! Uffa!

Settembre 1956 – Perugia –

Alla prova di oggi (Un cappello pieno di pioggia) crisi di Carotenuto perché non riesce a dare uno schiaffo credibile a Sanipoli. Gigi Squarzina non sa più che dire per convincerlo ad essere un po’ più realistico. Interviene di scatto Albertazzi: “Ma che ci vuole, dio bono!” e ammolla al povero Sanipoli uno sganassone che gli fa fare due giri su se stesso e lo inchioda lì, pallido e con gli occhi sgranati, incerto su come reagire. Giorgio minimizza. “È così che si fa!” – come se fosse normale tecnica teatrale.
Ma io sospetto che sia anche stato un modo per sfogare un risentimento segreto nei confronti di Sanipoli, che nella scena della crisi per astinenza non lo aiuta per niente. Certo che la potenzialità fisico-nervosa di Albertazzi è eccezionale. Riesce a mettere in un piccolo gesto (lo schiaffo sembrava uno schiaffetto) una carica esplosiva. Dovrebbe fare karatè. Credo che se si concentrasse potrebbe strappare in due un elenco del telefono.

Giugno 1957 – Roma –

Prima lettura della Figlia di Jorio. Arranco penosamente sulle parole. Finché non decido quello che voglio esprimere non so andare al di là di una squallida sibillazione ai limiti del borborigma. Giorgio legge Aligi ed è perfetto. Intensità, grazia, verità, potenza. Potrebbe andare in scena domani. Che invidia!

Luglio 1957 – Gardone –

Prova della Figlia sul palcoscenico del Vittoriale. Mica male per una prima volta all’aperto. Sennonchè Albertazzi a un certo punto ti sfodera una voce gutturale, gesti e intonazioni da boscimane, stupori da uomo della pietra. Io non so come intonarmi e recito a casaccio. Vedo Gigi avanzare dal fondo della cavea e venire accanto al palcoscenico tormentandosi gli occhiali sul naso. Lucio lo affianca e parlottano sbigottiti. In qualche modo si arriva alla fine. Giorgio è raggiante. “Avete visto? Avete visto? Ho trovato! È proprio quel senso antico, primordiale che voleva D’Annunzio…” ecc. Il nostro coro di proteste lo stupisce e lo sconcerta. Io sono la più cattiva di tutti: “Eri splendido alla prima lettura. Oggi mi parevi una caricatura di Paolo Stoppa”. Mi guarda con odio. Mi rendo conto che se non si complica la vita non si diverte. È così naturalmente dotato, che ha bisogno di sovrastrutturare i suoi primi risultati, di distorcerli, di snaturarli, perché gli sembrano troppo facili. Ma se erano ottimi, Cristo!

Giugno 1958 – Lugano –

Giorni troppo belli per aver voglia di scriverne. La nostra “fuga” ha fatto rumore. A parte qualche tormentoso, sadico processo al passato – che mi lascia impietrita, ai limiti dell’inespressività – sono molto felice.
Ieri sera si è parlato del raf-terrier della nave con intenti, da parte mia, teneramente rievocativi. Sono passati tre anni! Ebbene, stesse vene gonfie, stessa ira, stessa violenza. Dopo un paio d’ore, e più, di quella solfa, mentre lui è in bagno, sgattaiolo via dalla stanza con le chiavi della sua macchina. Sono circa le due di notte. Non so dove andare – non ho preso il passaporto – arrivo fino a Chiasso poi … torno indietro. Ci fosse un bar aperto! Tutto buio, nero, silenzioso. Gironzolo un po’, poi torno allo Splendid con la coda fra le gambe. La mi fuga è durata in tutto un’ora e mezza. Non si possono fare colpi di testa in Svizzera!
“Il mistero del raf-terrier”. Un bel titolo per un giallo.

Gennaio 1959 –Milano –

Sono distrutta dalla stanchezza. La sera Requiem per una monaca e il pomeriggio prove di Spettri. Questa signora Alving mi sfugge da tutte le parti. Non riesco a trovare un centro, un colore, un timbro giusto. Oggi pomeriggio indicazione illuminante di Giorgio. Al primo atto, quando scendo dalla scala incontro al Pastore Manders, mi suggerisce di offrirgli la mano un po’ virilmente, a braccio teso e di stringergliela con forza (io mi ero arenata alla conversazione ottocentesca della donna che porge la mano da baciare). È incredibile! È bastato questo consiglio apparentemente irrilevante per risolvermi di colpo un sacco di problemi. Tutte le battute, dopo, mi sono venute giuste. Questa donna consapevole, che legge i libri pensatori, che tenta di aprirsi un varco nella morsa delle convenzioni ecc. – questa donna, dopo quel gesto, cominciava ad esserci. Questa, secondo me, è vera regia. Forse Giorgio dovrebbe piantarla di fare delle cripto-regie (come fa sempre) e uscire allo scoperto. Credo che sarebbe bravissimo.

Ottobre 1964 – Londra – Old Vic Th.

Cinque Amleti in tre giorni! Due il giovedì, uno venerdì, due sabato. Da ammazzare un cavallo. Il cavallo Albertazzi non è morto, ma quando siamo usciti da teatro, sabato sera, diceva di vedere grigio. E poi lui non sa risparmiarsi, neanche un po’. Recita sempre tutto, dalla prima parola all’ultima, con la medesima intensità e concentrazione. Io gli dico a volte che dovrebbe lasciar perdere alcune palle, e scegliere solo quelle che vuole giocare in pienezza di espressività e di mezzi. Pare che i grandi del passato facessero così. Non c’è verso, non ci riesce (neanch’io, del resto). Non ci prova nemmeno. Il suo impegno è ogni volta totale – come se su ogni battuta dovesse giocarsi la vita, come se ogni parola fosse quella definitiva. Meno male che adesso, dopo la batosta vocale de i sequestrati, è tecnicamente, vocalmente più controllato.
Ne I sequestrati forzava la voce, picchiando su quelle povere corde stanche, edematose, in modo che mi faceva sudare dalla sofferenza.
Sia benedetto il polipo che lo ha costretto ad affrontare il problema, e benedetto il mio dolce Scuri che lo ha aiutato a risolverlo.
L’altro giorno si è precipitato nel camerino di Giorgio, un signore un po’ svolazzante, camicia celeste come gli occhi, foulard damascato, voce stupenda. “Oh, my brother!” ha flautato abbracciandolo e tenendoselo stretto per un bel po’. Era John Gielgud.

Maggio 1968 – Trieste –

Passeggiato per ore stanotte con Giorgio lungo le banchine del porto. Aria di maggio tiepida, profumo di mare. Parlato solo di teatro (di noi si parla poco, da molto tempo). È scontento, inquieto, irrequieto. Eppure il giro in Russia, Romania ecc. è stato trionfale. Ma lui certo non si divertiva (e lo capisco!) con quella piccola parte del Come tu mi vuoi. Ma perché non ha fatto Salter? La regia, va bene, e anche molto bella; una delle sue migliori, forse; ma perché scegliere per sé quello stupidissimo marito? Mah! Di errori di questo genere ne ha fatti sempre tanti. Vedi i film … E questo Agamennone l’ha sempre odiato. Alfieri è troppo pietroso, troppo definito, per lui che è il Re dell’Ambiguità. Lascia poco spazio al suo bisogno di reinventare ogni sera il testo dal di dentro, di far lievitare i suoi umori personali nelle pieghe di ciò che l’autore ha lasciato inespresso.
Insomma è in crisi. C’è troppa carne, secondo me, al fuoco della sua immaginazione, delle sue velleità, delle sue esperienze. Vorrebbe scrivere. E poi fare la regia in cinema. E poi ha progetti televisivi. E poi c’è sempre il vecchio Dostoevskij che lo aspetta a ogni svolta di strada … Speriamo che non si disperda, fra tante idee. Il suo “possibilismo” è talvolta criminale, perché genera in lui una totale incapacità di fermarsi su un obbiettivo e di perseguire solo quello concentrandovi sopra tutta la propria energia e creatività. Rischia sempre di fare le cose a metà, troppo in fretta, pressato da troppe urgenze. E poi recrimina, accusando questo o quello se non ha lavorato con il tempo e il rigore necessari. Ma io crede che nel fondo di sé lui sappia di essere il solo responsabile delle sue approssimazioni e dei suoi errori.
Dai nostri discorsi lungo il mare mi par di capire che la Ditta Proclemer-Albertazzi, così come è stata per anni, è defunta. Forse è giusto che sia così. Anch’io ho bisogno di provare a me stessa chi sono e cosa valgo da sola.

Caro Lucignani, qui finiscono gli stralci dai diari. Oh sì, di diari ce ne sono ancora, e vi si parla spesso di Giorgio, ma in un modo troppo personale, privato, per interessare il tuo libro.
Dopo quella passeggiata triestina abbiamo fatto ancora tanti spettacoli insieme. Giorgio ha curato la regia di molti spettacoli miei, abbiamo ancora avuto insieme successi ed esaltanti batticuori; ma quella grande Ditta compatta, unitaria, con una sua cifra precisa, che per quattordici anni era stata una presenza inconfondibile nel teatro italiano, morì quella notte sul lungomare di Trieste.
Dovrei dire qualcosa di Giorgio com’è oggi. Presumo di conoscerlo troppo bene e di ammirarlo e stimarlo da troppi anni per potermi unire al coro di incantata meraviglia che ha salutato il suo Enrico IV. Molti critici hanno avuto l’aria di scoprire un grande attore. Lui stesso ha dovuto crearsi uno slogan del “suicidio” e “resurrezione” per stare al passo con questi inventori dell’ombrello.
Perché tanta meraviglia signori? In Enrico IV avete visto un grande attore. L’avete detto, scritto, lo avete premiato. Bravi. Ma quello dei Sequestrati d’Altona, dell’Amleto, dell’Idiota, di Dopo la caduta, del Fu Mattia Pascal (ecc. ecc.), era un grande attore. Come mai non fu riconosciuto tale con altrettanta umanità? (Lo sai, Lucignani, che Albertazzi è credo l’unico attore del teatro italiano che non abbia mai vinto un S. Genesio?). Era, forse, un po’ in anticipo sui gusti del tempo? Può darsi.
Non credo che Giorgio sarà contento di leggere queste righe (la sua mitologia del rinnovamento è insopprimibile); ma io penso che, a parte la maggiore armonia e sottigliezza che uno acquista con l’età e con l’esperienza, l’Albertazzi di oggi sia esattamente l’Albertazzi di vent’anni fa; quello che sapeva impallidire in scena (lo scoprì Visconti e ne fu stravolto), quello che sapeva creare spazi di metafisico silenzio, quello che riusciva a trasmettere ciò che è al di là delle parole, quello che dava dei testi letture illuminanti e originali, quello che conquistava lo spettatore marchiandogli il cuore per sempre, quello che sapeva trasformare una serata a teatro in un rito pagano e gioioso, quello che ogni sera spendeva di sé fino all’ultimo spicciolo: Giorgio Albertazzi, insomma.
Di ieri e di oggi.
Se continuerà ad essere se stesso, al di sopra delle mode, degli sperimentalismi, dei modernismi stagionali, avrà scritto un grande capitolo nella storia del nostro teatro.