Dal giovane Amleto al vecchio Casanova

amleto casanovaNella pienezza della maturità Giorgio Albertazzi ha affinato il nativo temperamento fiammiferino, attenuato taluni eccessi narcisistici, rinunciato a compiacimenti esornativi conseguendo traguardi sempre più ambiziosi come nel recentissimo Giacomo Casanova comédien di Robert Abirached e Maurizio Scaparro allestito all’Olimpico di Vicenza e prossimamente in cartellone a Roma, Parigi, Praga.

La consentanea personalità del settecentesco avventuriero e letterato veneziano aveva sollecitato Albertazzi in altri due testi casanoviani scritti rispettivamente da Arthur Schnitzler e da Marina Cvetaeva, uguagliando così il personale primato delle tre edizioni di Amleto che lo hanno visto protagonista.

Prossimo al traguardo del mezzo secolo di palcoscenico, Albertazzi ha avuto in sorte di lavorare con registi come Luchino Visconti , Franco Zeffirelli, Franco Enriquez, Giuseppe Patroni Griffi, e più tardi di impegnarsi egli stesso nella regia, nell’un caso e nell’altro trascorrendo dai grandi classici greci al prediletto Shakespeare, da Schiller a Ibsen, da Molière a Sartre, da O’Neil a Miller, dall’Alfieri a D’Annunzio, da Pirandello a Brancati, da Fabbri a Brusati.

Se con Anna Proclemer ha costituito a più riprese una delle coppie più prestigiose della scena italiana del secondo Novecento, l’eterno ragazzo di Fiesole (che continua a convivere con Alberto il saggio, per dirla con Lessing), non ha perciò giurato fedeltà monogamica, eleggendo di volta in volta come compagne d’avventura di palcoscenico attrici di disperato temperamento come Bianca Toccafondi, Elisabetta Pozzi, Mariangela D’Abbraccio, Franca Rame.

Tra i beniamini del teleschermo fin dai tempi pioneristici del Lorenzaccio demussettiano e degli scespiriani Giulietta e Romeo, Albertazzi è stato anche un inquietante interprete cinematografico, conseguendo su questo versante il suo forse massimo traguardo interpretativo in L’anno scorso a Marienbad di Alain Resnais.

Attore di una modernità perseguita con caparbia intransigenza e di un’inquietudine prossima all’esasperazione, polemicamente convinto che l’immedesimazione sia un’ottica stravolgente per misurare un’autenticità interpretativa, Albertazzi s’è talvolta speso in spettacoli diseguali per subito dopo riemergere nell’incanto del magico, come nelle inobliate Memorie di Adriano della Yourcenar inscenate da Scaparro.

Con la presenza di Giorgio Albertazzi la splendida galleria del Premio Pistoia si arricchisce della testimonianza di uno dei più esemplari esponenti dell’inquieta e contraddittoria scena contemporanea.