Albertazzi a Marienbad

diario girogioIntervista di Aldo Tassone con Alain Resnais

D. come ha conosciuto Giorgio Albertazzi? E perché ha scelto lui per il suo film L’anno scorso a Marienbad?
R. non ho certo messo un annuncio sui giornali. E’ accaduto in modo piuttosto incredibile.
Ero alla ricerca dell’attore che avrebbe dovuto interpretare il personaggio dello Sconosciuto, e non avevo trovato nessuno. D’altra parte tenevo molto al fatto che fosse un volto non troppo noto. Nessuna grande “vedette” quindi.
La sceneggiatura scritta da Robbe-Grillet richiedeva dei volti praticamente ignoti, ma, al tempo stesso, degli attori di grande professionalità.
Personalmente non mi sono mai interessato molto agli attori presi dalla strada, come dite voi italiani, e perciò avevo delle grandi difficoltà.
Ormai ero quasi in preda al panico quando, il mio assistente Jean Lèon mi fece vefere una fotografia di Giorgio Albertazzi.
Era una foto di scena del dramma I sequestrati di Altona. Rimasi talmente colpito da quel volto che mi dissi subito: “Debbo assolutamente incontrare Albertazzi”.

D. non sapeva nulla di lui?
R. assolutamente nulla. Sapevo che era molto conosciuto in Italia come attore di teatro, ma era del tutto normale che un francese non sapesse un granché di lui. E così è stato grazie ad un agente, una donna, che sono riuscito a contattare Albertazzi. Quando gli abbiamo telefonato, Giorgio si è offerto molto gentilmente di venire a Parigi per incontrarmi. Ricordo in proposito un episodio piuttosto buffo. Vado all’Hotel Crillon, dove lui stava, entro nel salone e vedo un signore alzarsi e venirmi incontro… rimasi un po’ male, non era proprio il tipo adatto per il ruolo che avrebbe dovuto interpretare. “Il signor Albertazzi scende tra un minuto”, mi dice l’uomo. Tirai un sospiro di sollievo: era il suo agente. Poi Giorgio è arrivato e c’è stata subito una simpatia immediata, un dialogo molto caloroso. Più tardi mi ha fatto vedere una copia del suo adattamento televisivo dell’Idiota di Dostoevskij, registrata su bobine: l’ho trovato sensazionale. Fu un “coup de foudre”, insomma.

D. Giorgio aveva visto il suo primo film, Hiroshima mon amour? Conosceva lei?
R. non so se mi conoscesse o meno. Ricordi però che ci siamo capiti subito. E non solo perché parlava bene francese…

D. il francese che parla Albertazzi nel film ha un leggero accento straniero. Era intenzionale?
R. sì. Tanto io che Robbe-Grillet volevamo che il personaggio dello Sconosciuto avesse un accento, per creare una specie di atmosfera esotica. In effetti, non si sa con esattezza dove si svolga la vicenda. Ricordo che abbiamo lavorato con Albertazzi, per cercare di trovare un accento che non fosse troppo vicino a quello di un italiano. Di fatto il francese parlato dallo Sconosciuto potrebbe sembrare anche quello di un austriaco.

D. come ha fatto ad ottenere da Albertazzi una recitazione così controllata e interiorizzata?
R. anche su questo punto –e non era facile, trattandosi di un film assai particolare- ci siamo trovati subito d’accordo. Dopo aver letto il copione, Albertazzi mi disse: “Interpreterò il ruolo senza mettere mai le mani in tasca e senza accendere una sola sigaretta”. Aveva capito da solo che il film richiedeva una recitazione rigida, immobile, che potesse adattarsi alle diverse combinazioni della sceneggiatura. Potenza dell’inconscio: la proposta di Albertazzi è la migliore dimostrazione che può esserci una comunicazione perfetta anche su una sceneggiatura basata sull’inconscio. Queste cose accadono quando si lavora con sincerità, autori e interpreti.

D. un film è sempre un’avventura. Ma quella di Marienbad deve essere stata un’avventura totale.
R. il film è stato girato in un clima di angoscia. Avevamo l’impressione di fare qualcosa di pericoloso. Stavamo manipolando l’inconscio e l’inconscio poteva vendicarsi su di noi, non so come dire. Data la vicenda, avremmo potuto volgerla in ridicolo noi stessi. Invece abbiamo girato il film con grandissima serietà, e i primi ad esserne eravamo proprio noi. Era un po’ come se sentissimo la presenza della morte nell’aria. Il film del resto tocca anche questo argomento.
Secondo me, e so che Robbe-Grillet è d’accordo, Marienbad è anche una leggenda sulla morte.
In sostanza lo Sconosciuto è un po’ il cavaliere che dice alla donna: “L’ho già incontrata una volta e le ho dato un anno di tempo…”

D. un po’ come nel film di Carnè, Les Visiteurs du soir?
R. sì. Dopo aver scritto la sceneggiatura, Robbe-Grillet si è accorto, con viva sorpresa, che nell’ultima sequenza quasi tutte le frasi pronunciate dallo Sconosciuto potevano applicarsi a un cimitero. Nel suo lavoro Robbe-Grillet è molto più vicino alla scrittura automatica dei surrealisti. Ciò detto è chiaro che Marienbad è anche l’equivalente di una conquista amorosa, la traduzione delle incertezze e della folgorante felicità dell’amore. Una storia d’amore senza fine. Lo Sconosciuto incarna l’uomo che vuole conquistare, o riconquistare, la donna… Il film dunque può essere letto da prospettive diverse, secondo lo stato d’animo dello spettatore. Noi ci riproponevamo di vedere se si poteva catturare l’attenzione dello spettatore, interessarlo per un’ora e mezza, puntando esclusivamente sulle emozioni invece che sullo svolgimento logico di un’azione. Insieme a Sacha Pitoeff e Delphine Seyrig, Giorgio ci ha dato un grande aiuto in questo senso, con la sua discrezione, la sua sincerità, la sua sensibilità. Albertazzi si è mostrato anche molto sensibile alla musicalità del dialogo (quaranta minuti circa, su un’ora e mezza di film). Mentre giravamo Marienbad ci sembrava di realizzare una specie di opera, un’opera senza musica, un’opera parlata. Naturalmente c’era il pericolo di finire col lasciarci trasportare dalla musicalità del dialogo, senza preoccuparci di che cosa pensavano i personaggi. Allora –credo un po’ sotto l’influenza di Lee Strasberg- abbiamo deciso di procedere nel modo seguente: per ogni scena ci inventavamo delle motivazioni psicologiche, le quali ci consentivano di andare avanti esattamente come in un film realistico. Nessuna scena è stata girata a vuoto, insomma. Quando Robbe-Grillet ha visto il film, dopo essersi congratulato con me per il risultato, ha detto: “Non credevo potesse venire così bene… Però, ne hai pur sempre fatto un film psicologico!”.
Ai film non si comanda…

D. se non avessi trovato Albertazzi, a chi avrebbe dato il ruolo dello Sconosciuto?
R. in un primo momento avevo pensato a Laurence Olivier. Ma mi sono convinto che la presenza di un attore così noto avrebbe creato dei problemi. La gente avrebbe detto: “Ah, è Laurence Olivier!”. Mentre io volevo dei volti nuovi per tutti e tre i ruoli principali… Anche Delphine Seyrig e Sacha Pitoeff, noti nell’ambiente teatrale francese, erano pressoché sconosciuti al pubblico delle sale cinematografiche. Così ho preferito Albertazzi ad Olivier.

D. come si è integrato nel gruppo Albertazzi? Avete avuto problemi sul set?
R. nessun problema. C’è stata un’intesa perfetta, tanto sulla recitazione che sulla concezione generale del film. Con l’èquipe i rapporti sono stati subito cordialissimi. Albertazzi ha conquistato tecnici ed attori in dieci minuti. Era molto amato, anche perché era molto amabile. Mi dispiace che non abbia avuto una carriera cinematografica, a parte Eva di Losey. Mi sarebbe piaciuto andare a rivederlo al cinema.

D. per concludere: come è nata la sua collaborazione con Robbe-Grillet?
R. è nato tutto per caso. Dei produttori sono venuti a chiedermi se volevo fare un film con Robbe-Grillet. E la proposta mi aveva un po’ meravigliato. Non conoscevo lo scrittore, ma ciò che avevo letto su di lui, me lo aveva fatto immaginare come un tipo piuttosto noioso. Comunque mi avevano chiesto di incontrarlo, e lo incontrai. Parlandogli, mi sono reso conto, con una certa sorpresa, che amava molto il cinema. Quando ci separammo decidemmo che ci saremmo rivisti di lì a una settimana. Durante quella settimana mi sono buttato a leggere i libri di Robbe-Grillet, e li ho trovati appassionanti. La gelosia, in particolare, mi è sembrato un capolavoro. Insomma, al secondo appuntamento lo scrittore si trovò davanti un signore che nel frattempo era diventato un fanatico ammiratore dei suoi libri, e l’incontro fu particolarmente caloroso. Robbe-Grillet mi propose quattro soggetti, tutti egualmente appassionanti, pieni di possibilità cinematografiche, tanto che la scelta fu piuttosto difficile. Alla fine mi decisi per quello che mi sembrava più “sentimentale”. S’intitolava L’annèe dernière. In francese l’aggettivo dernier significa due cose, “passato” e “ultimo”. Il titolo poteva quindi venir interpretato in due modi: L’anno scorso o L’ultimo anno. Robbe-Grillet non mi perdonò mai di aver aggiunto a Marienbad. Ogni volta che si parlava del film con qualcuno, usciva fuori con questa frase: “Io scrivo L’annèe dernière e Resnais dice L’annèe dernière à Marienbad!” E pronunciava l’ultima parte del titolo con una cadenza speciale, molto comica.

D. come spiega il successo, immagino inatteso, del film?
R. il successo di Marienbad era assolutamente insperato. Lo stesso Robbr-Grillet mi aveva dato del pazzo, vedendomi tanto interessato ad un soggetto così poco commerciale. Secondo lui c’era un altro soggetto, L’immortelle, che più tardi diresse lui stesso, il quale aveva un “cotè” poliziesco in grado di interessare il pubblico molto di più.

D. ma si sbagliava, perché L’immortelle, economicamente, fu un fiasco.
R. il successo di Marienbad sorprese un po’ tutti noi. Anche perché all’inizio le cose sembrava si mettessero piuttosto male. Gli organizzatori del Festival di Cannes avevano selezionato il film, ma avevano posto come condizione che Albertazzi fosse doppiato. Secondo loro aveva un accento non adatto ad un film che rappresentava la Francia. Io mi sono opposto energicamente, sostenuto da Robbe-Grillet che, come me, amava la voce e il modo di recitare di Albertazzi. D’accordo con i produttori decidemmo do rinunciare a Cannes, di mettere il film in cantina e di aspettare Venezia. Io ero molto contento perché mi sembrava che un film come Marienbad sarebbe stato accolto malissimo a Cannes. Andammo dunque a Venezia. Ricordo molto bene la sera della “prima”. i cinque minuti iniziali della proiezione furono molto calmi. Poi qualcuno cominciò a parlottare, e alla fine del primo quarto d’ora arrivarono delle risate. Fu un crescendo impressionante. Arrivati a mezz’ora di spettacolo pensai che bisognava accendere le luci e smettere la proiezione. A metà film il delirio di risate e battute era tale che stavo per alzarmi e andare io stesso in cabina per interrompere lo spettacolo. Ormai la partita era persa. Poi avvenne il miracolo. C’è stata una sequenza, non ricordo quale, che scatenò l’applauso frenetico di una parete del pubblico, e da quel momento nella sala calò il silenzio. Durante gli ultimi tre quarti d’ora si poteva sentir volare una mosca. Alla fine, naturalmente molti fischi e anche molti applausi. Quando il film uscì a Parigi fece furore. A New York rimase nove mesi in prima visione. Cose da pazzi, vennero fuori perfino delle mode, la “pettinatura alla Marienbad”, per esempio…

D. un successo del genere per lei non si è mai più ripetuto. Marienbad, pur essendo il suo capolavoro, è il suo solo film premiato ad un festival. Come lo spiega?
R. il successo non si spiega. Quanto ai premi dei festival, debbo dire che mi interessano poco. Dipendono da troppi fattori. Per esempio, bisognerebbe che tutti i film selezionati appartenessero ad una stessa categoria, per poter decidere qual è il migliore. Per me è importante la selezione, non i premi. Quel film è stato “selezionato”; come spettatore mi basta.